Charles Baudelaire insegnava che la critica, la grande critica, è anch’essa poesia, quindi se ne deve arguire che i critici, i grandi critici, sono anche poeti. È la ragione che rende impossibile non pubblicare sul sito dell’Accademia, fondata dal Critico per antonomasia del Nocevecento, Silvio D’Amico, i versi di Aggeo Savioli dedicati alla gens di teatro.
Ai Signori del Teatro
da Ritagli di tempo (Bulzoni editore, 2005)
Quando, Signori Direttori, quando
La smetterete di allisciare i Critici
Desti o dormienti, logorroici o stitici,
Per quel ritaglio-stampa miserando
Che pur valse qualcosa in tempi mitici:
Critica ed Arte, insieme, quasi al bando,
Ma ben si difendevano lottando,
Mirando in alto, schifando i politici.
E Voi, Signori Critici, ma quando
Dismetterete i pensierini artritici
Ma esposti come vaticini pitici
Che andate sulla carta compitando
Signori Spettatori, fino a quando
Vi assembrerete come paralitici,
Sbattuti fra eccitanti e ansiolitici,
Nelle sale, dipoi tristi sfollando.
E Voi, Attori, che un giorno foste Specchio
Della natura, ora soltanto un vecchio
Gioco giocate, e Buonanotte al secchio.
Colpevole non meno io, che a voi latro.
A questo abbiamo ridotto il Teatro:
A un rito trito, a un sonno tetro e atro.
Aggeo Savioli